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venerdì 29 luglio 2016

Lo sguardo limpido e lucido: insegnare è imparare.

Post di Gian Maria Zavattaro 
Iconografia di Rossana Rolando

Arianna Papini, 
Riconoscersi 
(particolare)


Eppure lo sapevamo anche noi l’odore delle stive
l’amaro del partire
lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
 e un’altra da imparare in fretta…
lo sapevamo anche noi…
e l’onta di un rifiuto
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto…
(Gianmaria Testa, Ritals)


Tre volte la settimana  da mesi incontro alcuni amici rifugiati, ospiti della Caritas, cui cerco di insegnare (verbo forse pretenzioso) un po’ di italiano, con molto realismo da entrambe le parti.
Tre volte la settimana ritrovo e riscopro il gusto dello sguardo limpido e lucido.
Nel primo incontro ci siamo soppesati con gli occhi. E’ così che abbiamo esaurito la prima comunicazione, scoprendo che era possibile accoglierci ed accettarci reciprocamente.  Poi, solo dopo, sono intervenuti a conferma i gesti e qualche stentata parola. 
Arianna Papini, 
Riconoscersi 
(particolare)
Ed ogni volta prima di tutto con lo sguardo giudichiamo i nostri progressi, esprimiamo le nostre perplessità, ci incoraggiamo, sorridiamo, ridiamo dei nostri reciproci sbagli, ci ospitiamo e procediamo avanti. Dopo vengono i gesti, le parole, di volta in volta un po’ meno approssimate, e soprattutto l’ascolto, faticoso e problematico, ma  essenziale, fondamentale.
Lo sguardo limpido: quello che, senza nulla nascondere, si apre all’altro,  lo  prende su di sé,  letteralmente com-muove,  ossia con lui si muove  per creare  com-unità  nelle  (e delle) differenze.
Lo sguardo lucido: quello  del rispetto, del garbo empatico  che consente di vedere di più e meglio, perché è proprio la mancanza di rispetto che non fa vedere ed oscura gran parte di ciò che si offre a noi.

martedì 26 luglio 2016

Emigrazione e regolazione politica.

Post di Rosario Grillo (seconda parte)
Iconografia di Rossana Rolando

Hans Baluschek 
(1870-1935), 
I lavoratori
L’osservazione storica ci conduce, soprattutto, ad estrapolare un concetto socio-politico di stampo universale: l’emigrazione porta con sé una forza, che ne impedisce l’arresto. Semmai, si può regolarla e razionalizzarla, tanto più nel mondo attuale, dove, aldilà dell’emigrazione tra nazioni progredite, caratterizzata dalle opportunità della Globalizzazione, è fenomeno legato alla pressione dei popoli in fuga dalla fame e dalla guerra, visto che l’organizzazione mondiale non ha rimosso questi mali, anzi li ha aggravati.
Hans Baluschek
(1870-1935)
Gli emigranti, 
particolare
E’ sotto gli occhi di tutti lo spirito con cui tali popoli cercano un futuro migliore, mettendo a rischio le loro vite.
Si potrebbe, per comprendere meglio, applicare l’argomento “della scommessa, che usò Pascal sul piano della teologia (prova per dimostrare l’esistenza di Dio): la loro è una scommessa sulla vita (partire) anziché sulla morte (restare).
Buffi risultano le mezze misure – e si potrebbe parlare di ipocrisie, condite di malcelata xenofobia – messi in opera da stati nazionali e pseudo-comunità sovra-nazionali (Europa) per respingerli.

lunedì 25 luglio 2016

L’uomo migrante ieri e oggi.

Post di Rosario Grillo (prima parte) 
Iconografia di Rossana Rolando.
Hans Baluschek 
(1870-1935), 
Stazione ferroviaria
Al monito historia magistra vitae si risponde sempre più chiudendosi nel cogente presente (il presente ci limita e ci costringe!).
Per questo ci si dimentica del fenomeno più comune, addirittura “primario” della storia dell’uomo: la migrazione.
Siamo figli dell’uomo migrante. L’uomo, prima che stanziale, è nomade.
Le migrazioni dall’Africa, gli spostamenti degli uomini di Neanderthal, i passaggi negli altri continenti, in intreccio con le fasi climatiche della glaciazione e del disgelo, non solo testimoniano un indivisibile rapporto uomo-natura, ma disegnano le piste della distribuzione dell’uomo sulla Terra (diffusionismo). Da qui può discendere la necessaria “demitizzazione” del fenomeno migratorio. Una demitizzazione che mette da parte la crosta “tenebrosa, paurosa con cui lo si è ricoperto e considerato, che ne fa una “novella peste” del Duemila.
Hans Baluschek
(1870-1935)
Gli emigranti
Secondo quest’ultima prospettiva, si tratterebbe di un’epidemia – si pensi all’Ebola – che rischierebbe d’infettare il puro e salubre Occidente: sul piano sociale, di una sostanza infettante che minaccerebbe il nostro “benessere” (Welfare), sul piano culturale, di etnie impure e/o inclinazioni religiose spurie che deturperebbero l’integrità della nostra civiltà (integralismo).
Ecco il risvolto “negativo” dell’approccio. Ma, al contempo, si è dimostrato concretamente percorribile l’altro risvolto (aspetto attivo), che dichiara la fattibilità, addirittura la convenienza di una risposta favorevole alle migrazioni.

venerdì 22 luglio 2016

L’estate e l’amore della vita.

Post di Gian Maria Zavattaro 
Iconografia di Rossana Rolando.
“Amici cari, non abbiate paura della vita,
com’è bella la vita, quando si fa qualcosa di bello e di giusto!”
(Aljòša , ne I fratelli Karamazov di F. Dostoevskij, ed. Garzanti, 1981, pag.131)

Félix Vallotton, 
Il vecchio olivo (1922)
Tutte le stagioni sono un inno alla vita e tutte per il credente tempo-luogo dell’amare Dio. Ma l’estate è per me, oltre che occasione di vivificare l'inquietudine della mia fede, richiamo irresistibile alla vita, ad amarla in eterno, ad ogni piè sospinto, con le viscere, direbbe Dostoevskij per bocca di Aljòša, Ivan,  Myskin, così diversi tra loro. Amare la vita: ovvero amare se stessi e il prossimo come se stessi. Che cosa sarebbe il  nostro amore verso il  prossimo se non avessimo nel contempo cura di noi? “Caritas incipit ab egomet”: primum logico, anche se non cronologico né ontologico. 
Félix Vallotton, 
Tramonto con cielo arancione (1910)
Posso  rinnovare l’amore per me stesso - così come sono e mi riconosco e  come voglio e debbo essere - se mi apro al prossimo vicino e lontano ed ascolto e comunico con empatia; se credo nella donna che amo e con lei divido le mie giornate; se ritrovo uno sguardo lucido di tenerezza verso gli amici, i parenti, i conoscenti; se, nutrito di autentica sollecitudine, il mio sguardo è limpido verso gli esclusi ed invisibili; se scopro “ad ogni piè sospinto” quante cose belle vi sono al mondo e non mi perdo nello stordimento di mille droghe estive o nello squallido gioco del giovanilismo. Anche quando ognuno di noi è  torturato dalle proprie sofferenze e da quelle  di tanti innocenti vittime dell’odio. Anche quando ci capita di sentirci estranei ad un mondo di cui facciamo fatica a sentirci parte perché quasi incomprensibile (1).

lunedì 18 luglio 2016

Individuo e Nazione tra identità e alterità.

Post di Rosario Grillo 
Iconografia di Rossana Rolando. 
 
Riccardo Guasco, 
Tempi moderni
La costruzione della personalità, per concorde suffragio delle diverse scuole psicanalitiche, richiede una affermazione de l’io soggettivo.
Lasciamo alle diverse correnti il suggerimento del più appropriato dosaggio tra l’inconscio (base di lancio di impulsi molteplici) ed il super-io (una sorta di io sociale e collettivo con funzioni di regolatore morale), nel seguito. 
Lo stesso iter segue la nascita e lo sviluppo di una Nazione.
Riccardo Guasco, 
Munari 2
Anche per essa vale il consiglio di cercare di raggiungere la propria identità (coscienza nazionale), fase che corona una raggiunta unità territoriale, il riconoscimento dell'unità politico-amministrativa, la scelta condivisa della polarità geopolitica internazionale.
Strategica l’opinione di E. Renan che, ponderando il peso del passato e del presente, opta in favore del secondo per suggerire una testimonianza militante quotidiana: “l’esistenza di una nazione è un plebiscito di tutti i giorni”.
A livello individuale, saranno le diverse agenzie educative e culturali a compensare le punte estreme della “identità” accostando la rete della parentela famigliare e della compagine sociale fino al piano dell’intero genere umano.

venerdì 15 luglio 2016

La moglie e la figura del testimone.

Post di Rossana Rolando.
 
Vilhelm Hammershøi
Doppio ritratto dell'artista con la moglie
I rapporti intrafamiliari possono essere l’inferno. Le cronache sono piene di rancori covati tra le quattro mura domestiche che si risolvono in tragedia. Gli affetti, infatti, hanno a che fare con i mondi oscuri della psiche e con le malattie del nostro spirito, diventando talora “luoghi” di sofferenza, di smarrimento, di dolore, di stanca ritualità, di prigionia….
Ci sono però, per una qualche felice formula del destino, legami che sono divenuti nel tempo così intensi, speciali, duraturi, profondi da destare gioia e ammirazione. Penso a grandi coppie di intellettuali: Raissa e Jacques Maritain, Paulette ed Emmanuel  Mounier, Giulia e Giuseppe Capograssi…, figure che hanno irradiato nel loro stare insieme amicizia, cultura, bellezza. Ma penso anche ad altre grandi coppie, ancorché meno note.
Vilhelm Hammershøi,
Riposo
Ultimamente mi hanno molto colpito alcune pagine tratte da Il viandante della filosofia, un libro in cui si riporta un’intervista a Umberto Galimberti. Tra gli altri argomenti, verso la fine del testo, il filosofo parla della moglie, biologa molecolare, appassionata scienziata, morta nel 2008, dopo 12 anni di malattia, causata da un tumore. Nel descrivere il suo rapporto con questa donna Galimberti usa parole commoventi che - in un pensatore come lui, per nulla incline ad esternare i propri sentimenti (ricordo le pagine sulla “spudoratezza” come nuovo vizio) - hanno il sapore di una verità capace di andare oltre i confini della storia privata per consegnarsi universalmente a ciascun lettore. Quel che emerge, infatti, al di là della personale esperienza, è il paradigma della moglie, ciò che la moglie dovrebbe essere (o più in generale ciò che l’altro dovrebbe essere all’interno della relazione a due).

lunedì 11 luglio 2016

La donna di spalle. Vilhelm Hammershøi.

Post di Rossana Rolando.
 
V. Hammershøi, 
Interno con il cavalletto dell'artista
Vilhelm Hammershøi è stato un pittore danese vissuto tra il 1864 e il 1916. Ancora oggi rimane largamente sconosciuto, nonostante la notorietà di cui ha goduto durante la vita. Nel contesto del Novecento e dell’affermarsi delle avanguardie, la pittura di Hammershøi è risultata del tutto inattuale, lontana dalle innovazioni di stile e di colore dei pittori più in voga e, per questo, è stata dimenticata. Solo nell’ultimo decennio del Novecento, grazie alla mostra parigina del Museo d’Orsay del 1997, è iniziata la sua rivalutazione. Agli inizi di quest’anno 2016, in occasione del centenario della morte, si è tenuta a Roma una mostra dedicata al grande artista danese (Hotel Art, via Margutta).

Vilhelm Hammershøi
 Interno con donna al piano
Proprio l’inattualità – nel senso nietzschiano del non ancora attuale rispetto al proprio tempo - per la quale Hammershøi è caduto nell’oblio è quella che oggi ce lo rende affine (tanto che spesso viene accostato ad Hopper). Certamente vi è in questo pittore un legame con tematiche esistenzialistiche (Kierkegaard era danese) che trovano nel Novecento larga espressione in campo filosofico, letterario, cinematografico. I soggetti attraverso i quali viene elaborata questa poetica dell’esistenza sono sintetizzabili in tre nuclei: le stanze vuote, la luce e il silenzio, la donna di spalle.

mercoledì 6 luglio 2016

La torre di Babele. Letture di Rosario Grillo.

Con questo post ha inizio la collaborazione sul nostro blog dell’amico Rosario Grillo. Laureato in Filosofia con una tesi su Pantaleo Carabellese, ha insegnato a lungo Filosofia e Storia nel Liceo scientifico Primo Levi di Montebelluna (TV). Formato in una fucina di cultura storicista crociana (Raffaello Franchini), coltiva la sua  fede cattolica intessendola con studi di provenienza laica e religiosa, sempre rigorosamente lontani da inclinazioni integraliste e/o dogmatiche.
“Mi diletto  a scrivere per mia salute”, così ci ha dichiarato e – aggiungiamo noi – anche per far stare meglio chi ha la ventura di leggerlo.   Non lasciatevi ingannare  dalle prime righe del suo scritto sicuramente impegnative. Fidatevi di lui, procedete serenamente e lasciatevi guidare dal suo articolato pensiero e vi renderete conto di quanto sia ricco, profondo, fecondo. E forse anche voi, come noi, potrete sentire meglio l'odierna Babele in cui viviamo ed insieme comprendere che si può e si deve continuare a non disperare.  Grazie, Rosario.

La torre di Babele. 
Letture di Rosario Grillo.

Bibbia Maciejowski, 
Sesto giorno della crezione.
Dentro l'opera più famosa di Walter Benjamin (Angelus novus) trova posto la suggestiva riflessione su l'essenza del linguaggio. Si potrebbe spiegarla evidenziando l'equiparazione tra linguaggio e essere, ricordando con Parmenide, che l'essere è ovvero il linguaggio è il linguaggio. Nella tautologia è insita l'essenza spirituale del linguaggio, che, difatti, svanisce non appena si esce dal suo seno, o, per meglio dire, mai va identificato il linguaggio con una proprietà o qualità, disgiunta dal linguaggio stesso.
Il rebus si scioglie quando si riconduce il linguaggio ad una emanazione divina: atto della creazione attraverso il nome.
In questo senso nulla distingue il nome delle cose dall'atto della creazione, cioè dal loro fiat.
Anche l'uomo partecipa di questa dimensione metafisica: ne discende la prerogativa umana di dare un nome alle cose, che, in prima istanza, è partecipare al concerto nominale del creato, e avere la facoltà di comunicare.
Bibbia Maciejowski, 
Il frutto proibito
Ma nell'uomo, l'atto di ribellione (si ricordi: al fine di conoscere il bene e il male) determina una degradazione della nominazione a misura della conoscenza (p. 62).
Per il nesso fondamentale della lingua il peccato originale ha un triplice effetto. In quanto l'uomo esce dalla pura lingua del nome, fa della lingua un mezzo e quindi anche, almeno in parte, un segno (p. 66).
A ciò Benjamin riconduce la pluralità delle lingue, come conferma l'episodio della Genesi (torre di Babele, Gen 11, 1-9, qui). Ne consegue la natura (e l'importanza) della traduzione.
Non mi soffermo oltre, ma avverto che Benjamin non lascia alla deriva questa sequenza; egli la interpreta come una ri-conduzione all'unità, pur se con il marchio del limite.

La Bibbia Maciejowski e la sua storia.

Tutte le immagini presenti in questo post e nell'articolo La torre di Babele. Letture di Rosario Grillo riproducono miniature della Bibbia Maciejowski, un ciclo di figurazioni miniate che racconta le Scritture: gli eventi, gli episodi, i personaggi dell’Antico Testamento dalla Genesi a David.

Bibbia Maciejowski, 
Quinto giorno della creazione
Bibbia Maciejowski, 
Caino uccide Abele
La Bibbia miniata risale al 1250 circa ed è riconducibile al contesto geografico della Francia settentrionale. Secondo alcuni studiosi sarebbe stato Luigi IX (1214-1270), re di Francia, a commissionarne la realizzazione. Le icone – fulgido esempio di arte figurativa gotica – rappresentano 346 episodi tratti da Genesi, Esodo, Giosuè, Giudici, Ruth e Samuel e sono raccolte in 46 fogli.

sabato 2 luglio 2016

Adam Elsheimer, Fuga in Egitto.


Adam Elsheimer è stato un pittore tedesco, vissuto tra il 1578 e il 1610. Dopo essersi formato in Germania, si è spostato in Italia, prima a Venezia e poi a Roma, luogo in cui è morto ad appena 32 anni, dopo aver condotto una vita spesso segnata dalla malinconia e dalle difficoltà economiche. Nella permanenza italiana ha assorbito la lezione di grandi artisti: da Tiziano a Tintoretto, da Caravaggio a Carracci. La Fuga in Egitto - un vero gioiello - è un'opera di piccole dimensioni (31×41) del 1609 (oggi all'Alte Pinakotheck di Monaco).


La fuga in Egitto. I critici sono concordi nel ritenere questo piccolo quadro un punto di passaggio fondamentale dalla pittura stilizzata del paesaggio - e in particolare della volta stellata - alla rappresentazione realistica del vero. Di questo dipinto molto si è detto proprio in questa direzione: l’individuazione delle varie costellazioni (del Delfino o dell’Aquila, delle Pleiadi, dell’Orsa Maggiore…) ha fatto pensare ad una ben determinata notte del 1609 (con varie ipotesi: 21 marzo? 19 aprile?).